Nel linguaggio comune si chiamano "piante grasse", i botanici parlano di "succulente" quando indicano le numerose specie originarie dei luoghi semidesertici o desertici, capaci di immagazzinare al loro interno grandi riserve d'acqua e minimizzarne il consumo per fare fronte ai periodi di siccità. Tra queste specie, una prima grossolana classificazione è tra succulente, con foglie, e cactacee, spinose. Entrambe presentano un infinito numero di tipi, dalle forme estremamente variabili, immense o miniaturizzate, tutte affascinanti, con fioriture brevi e dai colori smaglianti. Si calcolano le succulente in circa 10 mila tipi, divisi in circa venticinque famiglie di cui la più numerosa è formata dalle cactacee con 2000 specie circa. Come tutto in natura, meravigliosamente ingegnoso è il modo con il quale si sono evolute queste piante e come provvedono al proprio sostentamento. Quando la pianta è a radici immagazzina l'acqua diventando tuberiforme. Poiché è sotto terra, la perdita dell'acqua avviene con molta lentezza. Le foglie sono per lo più carnose per immagazzinare altra acqua e poco porose per ridurre ulteriormente la vaporizzazione. Nei periodi di grande siccità, queste piante riducono la crescita alla sommità, per rigenerarsi in seguito attraverso le radici. Inoltre, le rare volte che piove debbono essere molto rapide nell'immagazzinare l'acqua, o la rugiada quando c'è. Ed ecco l'apparato radicale che si estende appena al di sotto della superficie e che appena avverte l'umidità produce immediatamente nuovi peli radicali. Le foglie delle succulente si ritirano quando l'acqua è scarsa, per tornare turgide non appena la condizione è favorevole. Se le foglie cadono significa che la siccità è stata eccessiva. Dopo la siccità, alla prima acqua le piante del deserto fioriscono immediatamente dando luogo a spettacoli magnifici.Le succulente caudiciformi crescono in luoghi particolarmente inospitali e hanno la base formata sia dal fusto sia dalle radici che aumenta la possibilità d'immagazzinare acqua.Le succulente epifite crescono per lo più nelle foreste e si agganciano ad altre piante, avvolgendole, o traggono nutrimento dal substrato di foglie marcescenti.I cactus, invece, hanno per lo più riserva d'acqua nel fusto, che può essere a candelabro o a cuscino, a palla, come abbiamo detto non manca certo la fantasia nelle forme. In tempo di aridità le coste longitudinali sono molto profonde, dopo una forte pioggia l'epidermide si distende e le pieghe diventano meno evidenti. Quanta riserva d'acqua può immagazzinare un cactus? Anche per due anni. A secondo dell'esposizione, la pianta può perdere più acqua sul lato rivolto al sole inclinandosi in quella direzione: in certe zone dell'America i fusti colonnari dei cactus sono tutti inclinati verso sud-ovest, da qui l'appellativo di "cactus bussola". L'interno della pianta è formato da robuste nervature legnose che sostengono la massa del tessuto spugnoso, la "pelle", oltre ad essere ricoperta di spine, può essere cerosa, sempre per impedire l'evaporazione. In termini botanici, le spine delle cactacee sono foglie modificate e hanno molteplici funzioni. La più ovvia è che impediscono agli animali di danneggiare la pianta stessa. Poi fanno da schermo contro i raggi solari e contribuiscono a mantenere la pianta relativamente fresca; formano una sorta di "camera d'aria" isolante che rompendo i venti aridi del deserto riduce ulteriormente l'evaporazione; la spina raccoglie le gocce d'acqua che cadono successivamente sul terreno e sono assorbite dalle radici della pianta. Alcune specie di cactus si coprono di una lanugine bianca che, nel luogo d'origine, solitamente posto a notevoli altezze, serve a mantenere la pianta al caldo. Fra le particolarità di queste piante che non finiscono mai di stupire, troviamo specie che raggiungono anche i 20 metri d'altezza e certi cactus che raggiungono a malapena i 10-13 cm. con fiori dal diametro di 15 cm.! I cactus sono originari dell'America, e prima che Cristoforo Colombo la scoprisse e gli esploratori s'imbattessero in loro, erano conosciute solo dagli indigeni abitanti le zone predesertiche e desertiche delle regioni che vanno dagli Stati Uniti del sud all'America del sud. Ma da secoli esistono cactus spontanei del genere ripsalide anche in Africa, nell'isola di Ceylon, nel Madagascar. Come mai? I botanici dicono che i loro semi furono portati da uccelli.Le prime "piante grasse" furono introdotte in Europa all'inizio del 1500 come curiosità. La prima classificazione la si trova negli erbari inglesi. Il più famoso è l'Erbario o storia generale delle piante di John Gerardo pubblicato nel 1597. Nel 1753 provvide Linneo nel suo Species Plantarum e si servì di nomi greci e latini. Il fico d'India fu chiamato Opuntia, derivato dalla città greca di Opus e mediato da Plinio poiché questi, nelle sue raccolte, parlava di una pianta simile. Le prime collezioni private furono create nel 1600 ad opera di ricchi che potevano permettersi le serre calde necessarie a garantire la sopravvivenza alle piante. È di questo periodo la creazione, ad Amsterdam, dell'Hortus Medicus che, come dice il nome, aveva la finalità prima di fornire ai medici piante officinali. Ma già all'inizio del 1800 era diventati di gran moda i giardini dotati di serre per piante grasse. Nel 1835 un nobile tedesco possedeva la più bella collezione europea di succulente; il principe russo Kotschoubery di San Pietroburgo finanziava numerosi collezionisti. Addirittura, c'erano esemplari che venivano venduti ad oltre il loro peso in oro!Ai nostri giorni l'interesse per le piante grasse, dopo il calo dovuto alla moda delle orchidee, è ripreso più forte che mai, nuove specie spontanee vengono scoperte e, dopo che le precedenti sono andate disperse, nascono nuove collezioni non solo private, ma ad opera anche di istituzioni botaniche. Per preservare le specie, molti governi impediscono l'esportazione della piante, mentre favoriscono l'esportazione di semi.Secondo una leggenda azteca, un sacerdote sognò il dio del sole che invitava il suo popolo a costruire la capitale dove avessero visto un'aquila appollaiata su un cactus. Cosa che fecero nel 1325, quando la visione si concretizzò e la si ritrova riprodotta in un manoscritto azteco datato 1541. Nacque Tenochtitlàn, diventata poi Città del Messico. Inca, Aztechi, Maia e Pellerossa, gli indigeni delle terre d'origine di queste piante, ne usavano abbondantemente per fini pratici, oltre che religiosi se contenenti allucinogeni. A seconda delle varietà, le spine servivano come aghi, ami da pesca, le fibre venivano usate per fabbricare ceste, stuoie, corde (sisal tratto dall'agave), tessuti, mobili, pali, abitazioni, recinzioni, detersivo, combustibile che, pensate un po', potrebbe essere usato al posto della benzina. Secondo una recente scoperta, sembra che il cactus Cereus hildmannianus assorba i raggi ultravioletti e potrebbe essere impiegato scientificamente; l'ingegnosità dei primitivi non aveva limiti nello sfruttare ciò che la natura offriva: le spine morbide e pelose di certi cactus argentini e boliviani venivano usate come imbottitura per materassi; i fusti dello Stenocereus gummosus venivano schiacciati e gettati nell'acqua dei fiumi e dei laghi poiché la loro linfa tossica stordiva i pesci e potevano essere catturati più facilmente. Aztechi ed Incas coltivavano l'Opuntia cochenillifera poiché ospitava le cocciniglie e dalle femmine di questa specie si estraeva la porpora dal bel colore scarlatto che serviva per tingere la stoffa. Si appropriarono della tecnica gli spagnoli anche ai nostri giorni si usa questo prodotto per colorare alimenti e prodotti di bellezza. Delle commestibili, le gemme erano cotte, se ne mangiavano i frutti o i semi, basti pensare al cosiddetto fico d'India, con il quale venivano preparate anche marmellate. Tra i boliviani la specie Neowedermannia viene cotta e consumata come le patate, nel Messico si cucinano i fusti teneri dell'Opuntia subulata dopo averli pelati e tagliati a pezzi, la polpa del Ferocactus è candita. L'Agave ha da secoli un'importanza primaria: il liquido estratto dalle foglie serviva nella farmacopea domestica e per rendere la pelle morbida, per evitare la disidratazione, come cicatrizzante. Conoscete la tequila? È ricavata dal cuore di questa pianta bollito e fermentato, mentre dalla linfa si ottiene il pulque. L'aloe era conosciuto già da greci e romani, essendo anche pianta nostrana, ed è tuttora usato come ingrediente naturale nella produzione di cosmetici, perciò è coltivato a livello mondiale su scala industriale. Dai fiori del Selenicereus grandiflorus si estrae un medicinale specifico per abbassare la pressione sanguigna. Agli inizi del XX secolo il cortisone si estraeva dal tubero della Testudinaria elephantipes e da alcune specie di questo tipo si estraggono tuttora elementi che compongono le pillole contraccettive. Il famoso peyote, l'allucinogeno usato dagli Aztechi e dai Pellerossa e ora illegale in molti paesi, in passato serviva anche per curare forme di asma e reumatismi.

Seme: riempite un vaso con composto per piante grasse, spargete i semi in modo uniforme sulla superficie, tenete il vaso in acqua tiepida finché anche la superficie non è bagnata, coprite la superficie con uno strato di graniglia, infilate il vaso in un sacchetto di plastica trasparente, tenetelo a temperatura di 19° e in posizione luminosa. Dopo 2-4 settimane i semi sono germinati, togliete il sacchetto e ponete il vaso in posizione luminosa e arieggiata, ma non al sole perché potrebbe bruciarle. Quando le piante hanno preso corpo, da qualche mese a qualche anno, e incominciano a sopraffarsi, togliete il cespo dal vaso e separatele con delicatezza una dall'altra, piantatele in piccoli vasi maneggiando con cura le radici, annaffiatele dopo 3-4 giorni con funghicida diluito. Talea da Foglia: staccate delicatamente una foglia giovane e sana dalla pianta madre, o tagliatela di netto con un coltello, tenetela per un paio di giorni in un luogo caldo, asciutto e luminoso perché faccia il callo, riempite un piccolo vaso con composto per cactus, posizionate la talea in cima, senza piantarla troppo in profondità, compattate il terreno attorno, tenetela diritta con della graniglia, annaffiate leggermente e tenete in posizione ombrosa e calda. Quando appaiono le nuove piantine, rinvasatele. Talea da Fusto o da Sezione di Fusto: si stacca una sezione di fusto sano, e si procede come sopra. Divisione dei Getti e dei Cespi: i getti laterali vanno staccati con molta delicatezza, spolverizzate con funghicida e non interratelo se non quando ha fatto il callo. I cespi che incominciano a formare radici proprie si possono staccare, invasare, procedendo come sopra. Non rimuovete i getti troppo piccoli, perché crescono meglio attaccati alla pianta madre. Divisione dei Rizomi: si pratica in primavera ed è particolarmente adatto a piante come la Sansevieria perché, con le altre tecniche si avrebbero foglie irreversibilmente di un solo colore. Si estrae la radice con la terra, si taglia il rizoma con un coltello molto affilato in porzioni che abbiano almeno una gemma e qualche radice sana, si spolverano con funghicida e si aspetta che facciano il callo. Si invasa un segmento per vaso.
Anche se sono in grado di sopravvivere nell'argilla e tra le fenditure dei muri, crescono meglio se hanno un buon drenaggio e in un composto formato da un terzo di terra comune, uno di terriccio di foglie e uno di sabbia grossolana.
Solitamente si dice annaffiare poco, ma bisogna vedere che cosa s'intende per annaffiare poco. Se poco significa poca acqua ogni tanto è un errore, poiché si "ammacca" solo la polvere in superficie e si favorisce il marciume del colletto e la pianta muore. Se invece poco significa non troppo spesso, va bene, a patto che tutte le volte la pianta riceva acqua a sufficienza perché terra e radici se ne imbevano bene. D'estate, se sono all'aperto e se fa molto caldo, possono essere bagnate anche ogni 2-3 giorni, soprattutto durante la fioritura. Comunque, si dovrebbe rispettare la regola che il terreno va lasciato asciugare, non seccare, tra un'annaffiatura e l'altra. Da settembre vanno diradate, d'inverno una volta al mese solo per evitare che le radici secchino. Se sono all'aperto e in regioni fredde, sospendere completamente. Si riprenderanno in primavera. Se si ha il dubbio di esagerare, vale una regola aurea: meglio un'annaffiatura in meno che una in più.
Si fanno mentre si preparano le talee, ricordate che le piante ricadenti possono essere tagliate nella parte più bassa della ricadente per favorire una migliore crescita e fioritura.
Di plastica o di terracotta? Tenete presente che il vaso di terracotta consente una maggiore dispersività dell'umidità, mentre quello di plastica la trattiene, perciò le annaffiature devono essere meno abbondanti. Inoltre, i vasi non devono avere dimensioni troppo grandi rispetto alla pianta, o alle piante, che contengono. I vasi di terracotta, essendo più pesanti, danno maggior sostegno alle piante alte che potrebbero avere un equilibrio precario con i rami alti a candelabro. Nei vasi alti, piante alte, nei vasi bassi e larghi diversi specie di piante grasse, o succulente, che siano compatibili tra loro, creando un effetto "deserto". Le piante vanno regolarmente rinvasate una volta all'anno, scegliendo un vaso che abbia il diametro superiore di 1 cm da quello precedente. Se sono a crescita lenta, possono essere rinvasate anche ogni due, tre anni, ma la terra va cambiata in primo luogo perché s'impoverisce e poi perché si compatta ed impedisce il passaggio dell'aria. Mentre rinvasate le piante potete risolvere una volta per tutte il problema della concimazione, Ricordate che sotto ogni vaso andrebbe messo uno strato di sassolini per consentire il maggior deflusso dell'acqua. Le piante grasse non amano i ristagni. Una volta liberata la pianta dal vecchio vaso, magari usando un cerchio di cartoncino se si tratta di una pianta spinosa, scuotete il terriccio vecchio, tagliate le radici troppo lunghe, vuote o rinsecchite, controllate che non ci siano parassiti, allargatele bene sul nuovo terriccio e procedete ad aggiungere terra, compattandola con le dita, finché non siate arrivati al colletto della pianta, 1 cm al di sotto del bordo del vaso. Annaffiate solo dopo qualche giorno per permettere alle radici, nel caso se ne fosse spezzata qualcuna, di fare il callo.
All'esterno vivono benissimo, purché la temperatura non scenda mai sotto i 5-4 gradi. In genere, se si coltivano in climi dove gli inverni sono rigidi, stanno all'aperto da aprile a settembre, quando è bene ritirale in casa e tenerle in un locale scarsamente riscaldato, poiché la pianta prevede un riposo invernale, ma luminoso e dove circoli l'aria. All'esterno sopportano benissimo le alte temperature, anche 30°, e si giovano del fresco della notte. Aria sì, anche una bella ventilazione, ma attenzione agli spifferi che proprio non sopportano. Sopportano meglio gli ambienti secchi, non sopportano gli ambienti umidi: potrebbero essere attaccate da muffe e funghi.
Durante il rinvaso si può aggiungere un po' di concime, a basso tenore d'azoto, al terriccio che usate. La pianta lo riceverà durante le annaffiature. Non è assolutamente vero che le piante grasse non abbiano bisogno di concime. Se non provvedete all'origine, durante la stagione estiva dovrete aggiungerlo, esiste in commercio l'apposito, una volta alla settimana all'acqua delle annaffiature.
Eziolamento: la pianta in condizioni di scarsa luce, caldo e concimazioni non corrette perde colore e i fusti si allungano. La crescita riprende non appena la pianta riceve le cure adatte. Potare i fusti fino al tessuto sano. Marciume alla Base: è classico delle piante coltivate in condizioni di freddo e umido, o che hanno un apparato radicale poco sviluppato. Tagliare i fusti sani se ci sono per fare talee, bruciare il resto. Bruciature: compaiono sulle piante esposte al sole diretto, magari bagnate dalla rugiada. Prima di mettere all'aperto e al sole le piante, fatele irrobustire all'aperto e all'ombra. Cocciniglie a Scudetto: sono macchie marroni simili a patelle che compromettono la crescita della pianta. Intervenire con un insetticida apposito. Cocciniglie Lanose: coprono la pianta di ovature biancastre e lanose. Come sopra, o insetticida saponoso. Aleuroidi: dette anche mosche bianche. Come sopra. Acari: ragnetto rosso, ma può anche essere di altri colori, lascia sui giovani fusti delle cicatrici bianche. Irrorare con acaricida. Oziorrinco: coleottero marrone che resiste alla maggior parte dei prodotti chimici. Per combatterlo non c'è altro modo che accertarsi a priori che nella terra che si usa per le piante non ci sia traccia delle sue grasse larve bianche poiché queste mangiano le radici e scavano tunnel nel corpo della pianta.
Febbraio-Marzo: danno segno di risveglio, si possono rinvasare poiché le radici vecchie sono indurite e non permettono alle nuove di nascere.Marzo-Maggio: si annaffiano e se il tempo è bello si trasferiscono all'aperto le meno delicate, magari ritirandole se si prevede una nottata troppo fredda.Maggio-Settembre: le piante possono stare all'aperto giorno e notte. In tutto questo periodo si possono fare talee e innesti.Settembre-Gennaio: diradate le annaffiature, basterà l'umidità notturna, alla fine di settembre ritiratele se sono in vaso.

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